Calabria, un viaggio agrodolce oltre ogni pregiudizio

“Io l’amo profondamente la mia Calabria, ho dentro di me il suo silenzio, la sua solitudine tragica e solenne. Sento che pure qualcosa dovrà venire fuori di lì: un giorno o l’altro dovrà ritrovare dentro di sé ancora quelle tracce che conserva dell’antica civiltà della Magna Grecia”.

Saverio Strati, intervista di Giorgio De Rienzo, su Il Quotidiano della Calabria, 2009

Devo essere sincera, l’idea di questo blog è nata proprio da un obiettivo primordiale, dall’esigenza di contribuire (seppure dalla mia modesta posizione) a valorizzare la Calabria, epurare dagli infami pregiudizi la mia terra.

“Terra”, tenete bene a mente questo parola perché è un po’ una parola chiave per noi calabresi, che così definiamo la nostra regione.  Inconsciamente forse sentiamo l’esigenza di rimarcare quel rapporto viscerale che si instaura con questo luogo così bello e dannato, come quegli amori che creano strane dipendenze, dal sapore agrodolce come la sua pianta tipica, il bergamotto.

Luogo che ci ha visto venire al mondo e molto probabilmente ci vedrà lasciarlo alla ricerca di fortuna altrove.

Io sono una dei suoi figli emigrati che da quasi sette anni ha fatto le valigie ed è partita per il Nord, piena di sogni e speranze per un futuro che stentava a concretizzarsi “giù dalle mie parti“.

E se c’è una cosa che ho imparato nel tempo, lontana dalla Calabria è che le tue origini calabresi per fortuna o sfortuna, come croce o buona sorte, non ti lasceranno mai.

Saranno in quella cadenza dialettale che accompagnerà sempre i tuoi discorsi, facendo magari sorridere chi ti sta ascoltando.

Saranno  sempre quel suono dentale del “ND”, nduja e Ndrangheta a cui volente o nolente, con pregiudizio o goliardia verrai sempre associata dovunque tu vada e con la quale tuo malgrado dovrai sempre farci i conti.

Come se la Calabria la si potesse racchiudere solo in due banali luoghi comuni.

E saranno il richiamo perenne delle tue ferie, perché starai anche in giro tutto l’anno, ma il Natale e l’estate si passa giù, a tutte le età!

Si dice che per raccontare di un luogo oggettivamente non devi essere coinvolto troppo emotivamente e che le cose più belle di un posto si percepiscano dall’esterno, con occhi nuovi e senza pregiudizi.

Io non sono d’accordo, io credo che la bellezza e la verità possano essere narrate solo da chi una realtà la vive davvero, conoscendone le meraviglie e le contraddizioni e facendo i dovuti confronti con il resto del mondo.

Mi piacerebbe che tutti potessero vederla con i miei occhi la mia Calabria bella, mi piacerebbe che la mia regione non fosse additata solo come piena di problemi e sventure, ma che fosse capita nelle sue bellissime peculiarità.

Quella della gente comune, con la schiena spaccata dalle giornate nei campi a lavorarla quella terra tanto amata e con la pelle scura perchè perennemente baciata dal sole. A quella gente alla quale il sorriso e la gentilezza non mancano mai anche se il lavoro non c’è e i soldi sono pochi.

Oppure quella dell’accoglienza del forestiero che è un amico che tratti come un parente anche se si è fermato a chiederti solo un’indicazione, e questo non per una questione di turismo ma per fargli capire che quella deve sentirla un pò come casa sua.

Quella delle donne vestite di nero per i lutti e delle partite al pallone in strada dei bambini.

La Calabria è profumi, abitudini, piccole cose, semplicità delle persone, lentezza.

Si lentezza. Chi vive in una grande città come me mette quale primo termine di paragone la frenesia della metropoli in contrapposizione allo scorrere lento delle giornate calabresi.

Non importa che tu sia un operaio, un calzolaio, un avvocato o un panettiere, in Calabria la fretta semplicemente non esiste.

Ed i miei amici del nord so già cosa penseranno, che siamo tipi “comodi”, che questa lentezza non è un vanto ma la causa di tutti i problemi della mia regione.

Io però vorrei dire loro che in Calabria tutti  troviamo sempre un po’ di tempo per fare quattro chiacchiere per strada, bere, anzi “offrire” un caffè ad un amico, dare due baci all’anziana cugina della nonna che incontri al supermercato.

L’orologio non esiste ed il ritmo delle giornate è scandito solo dal rumore del mare. 

Che sia estate o inverno c’è sempre una buona ragione per scendere in spiaggia.

Il mare ti attira, ti chiama prepotente, ti appartiene e sai che sarà sempre lì ad aspettarti a braccia aperte, come una mamma con i propri figli, a cullare i tuoi pensieri ed i tuoi umori.

Quando sei lontano dalla Calabria come me e ti chiedono “di dove sei?”, dopo aver risposto aggiungo sempre “ti è mai capitato di andarci?”.

Perchè si, lo sai già, in Calabria non ci si va quasi mai per scelta, ma ci si capita solo di passaggio.

Ed invece in un viaggio immaginario accompagnerei il mio interlocutore tra le viuzze di Tropea, tra un negozio di souvenir ed una bottega di prodotti tipici, dove la SUA cipolla è appesa come un amuleto sui balconi di tutte le abitazioni, tra quelle strade dove le signore fanno ancora le caratteristiche collane di pomodori e peperoncini, gli unici gioielli che ricordo amavo indossare da bambina!

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Poi proseguirei tra le bellezze delle spiagge caraibiche di Zambrone e Parghelia, tra Paradiso del Sub e Spiaggia di Michelino, dove le acque si colorano di mille sfumature di turchese e verde con la schiuma che pare morbido cotone e quegli scogli di granito che sembra di poterli toccare.

Dove i tramonti sono oro sul mare e le terrazze a picco sono la vista che vorresti conservare per tutta la vita.

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Attraverserei le strade infinite, strette e un pò infime, costeggiate dalla vegetazione selvaggia come l’indole della Calabria.

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E farei un salto a Stilo, dove la classicità della sua Cattolica sembra essere rimasta ferma nel tempo, poi passerei a fare un saluto alla Sila e all’Aspromonte “le nostre località montane”, dove l’aria è fresca e sa di buono e profuma di foglie di eucalipto, dove i tavoli aspettano le “mangiate” goderecce di ferragosto o le grigliate di Pasquetta.

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Poi arriverei sulla costa ionica, nella Locride e più precisamente a Casa, dove l’odore del gelsomino si fonde con quello del bergamotto, dove la pesca si chiama merendella ed è il frutto più buono del mondo ed il caffè delle 17 è la brasilena.

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Dove i lungomare sono tutti un trionfo di stabilimenti e ombrelloni colorati, imbarcazioni adagiate sulla spiaggia e pescatori con i frutti della giornata.

Dove i bambini giocano ancora a fare i tuffi, con l’acqua calda ed il cielo rosa alle loro spalle, mentre tutti i grandi sono già tornati a casa per farsi belli per la serata.

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Dove quelle sere d’estate scorrono tra feste a piedi nudi sulla sabbia e sagre di paese, con la gente che si riversa nelle strade e le narici si riempiono di odore di panini con la salsiccia e di zucchero filato.

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Dove la musica è tarantella e concerti all’aperto e c’è sempre un santo da festeggiare e luminarie da fotografare.

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E l’epilogo della giornata sarebbe sempre lo stesso, cornetto caldo o granita e brioche.

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Il mio viaggio con l’ignaro interlocutore proseguirebbe nella defilata Gerace, borgo medievale dove è più sapore di antico che di nuovo, dove le stradine sembrano labirinti con finestre sul mare ed il suo castello si erge imponente.

Dove la vista dalle Bombarde ti da quella sensazione di poterla abbracciare tutta la tua locride.

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Ma la ciliegina sulla torta la riserverei al mio interlocutore alla fine, portandolo a Scilla e Chianalea, all’estremo sud di quella punta un po’ scomoda dello stivale. Dove il mito e la leggenda si mischiano in un tutt’uno ed ormai non sai quasi più se sei in Calabria o già in Sicilia.

Dove le case sono a strapiombo sul livello del mare, i pescherecci arenati sulla riva ed è tutto un quadro azzurro e colori vivaci.

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La Calabria è sicuramente una regione con mille ferite, alcune aperte e tante cicatrizzate, maltrattata da tanti suoi figli ingrati ma anche vessata da chi sembra godere nel regalarne un’immagine distorta.

Però i calabresi si sa hanno due caratteristiche fondamentali la testardaggine e l’orgoglio, quello di essere il frutto di una terra dalle cento sfaccettature e dalle mille contraddizioni.

E solo chi ha la capacità di mettere da parte pregiudizi, discriminazioni e possiede orecchie e mente aperta per ascoltare il suo urlo silenzioso può comprendere ed apprezzare, come un foglio bianco, privo di frasi già scritte.

La Calabria è il bello di tutte le sue piccole cose e tradizioni, anche se diverse dalle proprie, anche se i suoi costumi sembreranno indecifrabili, arretrati, anacronistici.

La bellezza della Calabria, così aspra e genuina, ti entra dentro, è un’amica fedele ed in un modo o nell’altro riesce ad attirarti a sé come un magnete.

Anche se sei andato via.

In Calabria ci torni fisicamente e ci rimani per sempre con il cuore e la testa, che tu ci sia nato o che tu ci sia solo “capitato” di passaggio.

 

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